Un "voto inutile", "anti patriottico", opera di "quattro cattivi repubblicani" che, "insieme a tutti i Democratici", "dovrebbero vergognarsi". Donald Trump ha atteso la mattina del giorno dopo per diffondere sui social media la sua rabbia per il voto della Camera dei Rappresentanti che mercoledì sera ha messo un freno ai suoi poteri di guerra (per legge limitati a 60 giorni, più 30 giorni per il ritiro in sicurezza delle truppe), imponendogli di chiedere l'approvazione del Congresso per proseguire le operazioni militari contro l'Iran. Un voto per lo più simbolico, che fa seguito a quello analogo del Senato del mese scorso (anche in questo caso ci sono state quattro defezioni tra i Repubblicani), che non ha alcuna possibilità concreta di limitare i poteri del commander in chief: Trump può opporre il suo veto presidenziale e al Senato non ci sono i 60 voti necessari per superare il veto. Eppure, si tratta di un segnale inequivocabile del malcontento che serpeggia tra le fila dei Repubblicani, che rischiano di pagare un prezzo altissimo nelle elezioni di midterm. Sul voto di novembre, Trump ha già detto la sua: "Non me ne importa niente". Idem riguardo alle difficoltà finanziarie delle famiglie americane, che ora a causa della guerra si trovano alle prese con prezzi paragonabili ai picchi inflazionistici dell'era Biden. "Non ci penso neanche un po'", si è lasciato scappare l'altro giorno. Una gaffe che i Democratici stanno già sfruttando nei loro spot elettorali. Del resto, dall'inizio del suo secondo mandato, Trump non ha fatto mistero della scarsa considerazione che ha per il Congresso.
È il motivo per cui, subito dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, ha spinto affinché i soldi necessari per realizzare la sua agenda politica (tagli fiscali, lotta all'immigrazione) fossero tutti contenuti nel famoso Big Beautiful Bill, la mega legge approvata lo scorso anno. "Ho detto: Mettete tutto in un unico disegno di legge e, se riusciamo a portarlo a termine, siamo a posto per quattro anni. Non avremo più bisogno del Congresso", disse all'epoca. La realtà è però diversa. Perfino Trump, di tanto in tanto, ha "bisogno" del Congresso. È il caso del Fondo anti-strumentalizzazione da 1,8 miliardi di dollari, che nelle intenzioni del presidente doveva risarcire i suoi alleati e sostenitori che ritengono di essere stati ingiustamente perseguiti dall'amministrazione Biden. Lo sconcerto bipartisan è stato tale, considerando che i soldi sarebbero potuti andare a ricompensare perfino gli autori dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, che la Casa Bianca è stata costretta a ritirarlo. Stessa sorte per il miliardo di dollari chiesto al Congresso per finanziare le misure di sicurezza della nuova Ballroom della Casa Bianca, il Salone delle Feste da oltre 8mila metri quadri con il quale Trump intende lasciare la sua impronta sulla residenza presidenziale. Segnali ai quali, in questi ultimi giorni, se ne sono aggiunti altri. Il primo, martedì, in Iowa, stato agricolo duramente colpito dalla guerra commerciale con la Cina e dai costi alle stelle del diesel e dei fertilizzanti che dovrebbero transitare lungo lo Stretto di Hormuz. Il candidato a governatore sostenuto da Trump, Randy Feenstra, è stato sconfitto nelle primarie repubblicane dal moderato Zach Lahn. Qui, nel 2024, il tycoon vinse con un margine record di oltre 13 punti. È la prima battuta d'arresto in una campagna in cui gli endorsement di Trump sono finora risultati decisivi, rimodellando il partito in vista di midterm in un esercito di candidati Maga, che rischiano però di alienare ulteriormente il voto moderato e degli indipendenti.
L'altro segnale è l'irritazione, anch'essa bipartisan, che ha accolto la nomina da parte di Trump del fedelissimo Bill Pulte, attualmente a capo dell'agenzia federale per i mutui e senza alcuna esperienza specifica, a direttore ad interim della National Intelligence. In questo clima, non c'è alcuna possibilità che possa essere confermato dal Senato.

